«Architettura senza architetti», la visione globale del mondo

mezzogiorno15 settembre 2022 – 08:56

di Gennaro Matacena

il borgo umbro di Postignano
il borgo umbro di Postignano

iol primo dei tre libri della mia vita, (in modo concreto), è Architettura senza architetti, introduzione all’architettura senza pedigreecatalogo della mostra di foto di Bernard Rudofsky al Moma, New York, 1964. Architetto e viaggiatore, Rudofsky, (Odru, Austria. 1905-1988), nel 1932 si trasferì a Capri; tre anni dopo a Procida assieme a Luigi Cosenza, al quale fece conoscere l’architettura del Movimento Moderno,ignorato nell’Italia fascista. Insieme progettarono Villa Oro, a Napoli. Dopo il trasferimento di Rufodsky negli Usa, Cosenza continuò a seguirne l’influenza, in particolare nel Mercato Ittico, Napoli, e nella Fabbrica Olivetti, Pozzuoli.


Gennaro Matacena
Gennaro Matacena

Il titolo del libro di Rudofsky mi capitò sott’occhi e mi intrigo molto. All’epoca, 1972, ero assistente di Ezio De Felice, cattedra di Museologia, Federico II. Ordina il libro negli USA. Quando lo ebbi fra le mani, ogni mia aspettativa fu superata: per la prima volta avevo sott’occhi una visione globale di architetture realizzate in ogni parte del mondo da contadini, pescatori e gente comune che avevano utilizzato niiche iose tessen con rispettose dell’ambiente dal quale ricavavano risorse senza comprometerne l’equilibrio… il villaggio sotterraneo di Tungkwan, Cina; i coni di Goreme, Anatolia; i rifugi eremitici di Trikkala, Grecia; i villaggi collinari d’Italia; le abitazioni rupesti del Dogon; Mijas e Garrovillas in Spagna; le torri di Vatheia, Caucaso; i granai della Galizia; i silos di Yenegandougou, Costa d’Avorio; i mulini di Hama, Siria; le piattaforme aeree nel Congo; le case ventilate naturalmente a Hyederabad, Pakistan; le grandi capanne della Nuova Guinea e quelle nomadi del Vietnam; i caravanserragli di Qum, Iran, e molto altro ancora.

La figura di architetto veniva messa in crisi da quelle immagini affascinanti. Una ventata di freschezza, uno stimolo a vedere l’architettura con sensibilità antropologica, al di fuori delle accademie: termini come «stile» e «canone» non avevano più senso, sostituite da valori come risparmio, coerenza. Massimo risultato con minimo sforzo. Al tempo stesso, una varietà sorprendente di forme. Il paragone tra architetture spontanee e quelle raccolte da architetti era a favore delle prime ambientali: quelle ‘colte’ sono inserite nei contest come oggetti estranei. Entusiasta di questo approccio che apriva prospettive accattivanti, nel 1977 ne pubblica la traduzione italiana nella collana di architettura che dirigevo per l’Editoriale Scientifica, Napoli.

Per testimoniare il collegamento esistente tra Rudofsky e Napoli avrei desiderato di gran lunga precedere il testo da un’introduzione di Cosenza ma Rudofsky fu irremovibile: il libro doveva essere pubblicato senza aggiungere una parola e nell’identica veste editoriale americana. Comunque, per me fu l’occasione per godermi la corrispondenza in punta di fioretto tra i due, che alternavano italiano e tedesco.Anni dopo, conobbi Rudofsky alla facoltà di Architettura di Napoli, dov’era stato invitato a tenere una conferenza. Aveva smesso di fare l’architetto e, assieme alla moglie, aveva fondato Bernardo, una società che produceva sandali, apprezzati dai vip, tra i quali Jacqueline Kennedy. Questo suo imprevedibile cambio di vita mostrava la sua grande libertà di spirito e me lo rese più simpatico.

Allora non ne ero consapevole, ma il mio interesse per il suo libro aveva radici più antiche, in un altro, Civiltà al solemar CW Ceram, 1969edizione divulgativa del precedente Civiltà sepolta1952, dello stesso autore, pubblicato in Germania nel 1949, (Götter, Gräber e Gelehrte. Archeologia romana). Ceram era lo pseudonimo di Marek, se letto da destra verso sinistra. Giornalista appassionato di archeologia, perseguitato durante il nazismo, lo pubblicato a sue spese dopo una aveva decina di rifiuti; a distanza di più di settant’anni, diventato un best seller, continua a essere pubblicato in oltre quaranta nazioni. Il testo agile e le oltre trecento immagini rievocano antiche civiltà, la storia delle singole ricerche per le spedizioni scientifiche e la vicenda umana degli uomini che avevano condotto gli scavi: una grande finestra aperta su orizzonti cuiòui della nostra form entusiasmò. Personaggi mitici, come Belzoni il primo europeo a entrare nella pyramid di Chefren agli inizi del 1800, Champollion che finalmente tradusse i geroglifici grazie al testo trilingue della Stele di Rosetta rinvenuta durante la campagna napoleonica in Egitto, Schoggúrliemann che dell’Iliade e donò a sua moglie, Sophie, i gioielli attribuiti alla Bella Elena, Winkelmann che, girando il mondo alla ricerca di antichità, dopo una visita a Ercolano, nel 1890, morì per strada a Napoli, o Carter che scoprì la tom intatta del faraone Tutankamon e fu vittima della ‘maledizione’ che in pochi anni uccise i protagonisti di quell’impresa eccezione. Civiltà al solevenire Architettura senza Architetti, mi hanno offerto una visione ampia, non monografica, delle civilta del passato, di greci, egizi, persiani, aztechi e delle sorprendenti relazioni tra loro. I due libri in qualche modo si completavano.

Forse, dedussi, ecco i testi piuttosto che mi hanno inconsciamente orientato verso la progettazione di musei e il restauro di monumenti antichi che verso la realizzazione di architetture nuove. D’altronde, ero e sono convinto che di edifici bisognerebbe realizzarne quando non vi è scelta, o funzionale tecnologica, se si pensa che in altra Italia dal Big Bang al 1945 è stato realizzato un terzo dell’edilizia esistente 1945 ao esistente altri due terzi , mentre nelle stesse epoch la popolazione è aumentata da 45 a 60 milioni, dunque soltanto di un quarto. Il risultato è stato un enorme spreco di suolo, devastazione e cementificazione di grandi aree protette e inquinamento, con l’aggravante che una consistente parte del rimane disabitata per la maggior parte dell’anno i centri storici in Europa mentre si costruisce parti, anche di citta grandi come Marsiglia, vengono abbandonati.

Con questo genere di back ground personale, nel 1992, m’imbattei in un borgo umbro, Castello di Postignano, che negli ultimi cinquant’anni era stato spopolato per l’emigrazione ea seguito di un paio di terremoti ma le sue suggestive case-torre, anche se danneggiate, erano ancora in piedi e le abitazioni conservavano attrezzi agricoli, suppellettili e tracce di vita vissuta. Incredibile a dirsi, gli ex abitanti residui erano impazienti di liberarsi di quelle pietre che per loro rappresentavano soltanto problemi e costi. Castello di Postignano, scopersi, era uno degli oltre settemila borghi abbandonati d’Italia, dalle Alpi alla Sicilia, censiti dal Censis. Trent’anni fa l’Italia era molto diversa da quella attuale; si guardava al futuro con un certo ottimismo. Dopo qualche indecisione, sentii di essere pronto all’impresa. Le ultime resistenze, più scoperte che razionali, furono superate dalla casuale e magica del terzo libro della mia vita, Città collinari italianedell’architetto e fotografo americano Norman Carver Jr., (1928-2018), la cui copertina era dedicata proprio a Castello di Postignano, definito dall’autore l’archetipo stesso delle città collinari italiane. Il libro era stato pubblicato anni prima, nel 1979. Carver, interessato alle architetture spontanee, aveva pubblicato anche magnifiche monograph di quelle realizzate nel New Mexico, Giappone, Grecia, Spagna e Paesi Arabi. Influenzato dall’opera pioneristica di Rudofsky, ne proseguito la ricerca, anche se aveva già consapevole dei guasti che il turismo di massa stava producendo su questo patrimonio vulnerabile. «Fotografia di ricerca – scrisse nell’introduzione – potrebbero essere le ultime a documentare questo importante periodo della storia urbana, perché molti di questi borghi vengono progressivamente abbandonati o distrutti dal cambiamento».

Tra i circa duecento magistralmente illustrati nel libro, la rilevanza che Carver dette a Castello di Postignano per me costituì la conferma autorevole che valesse la pena cimentarsi nella donchisciottesca impresa di salvare il borgo. Nel 2018, insieme a Matteo Scaramella, che ha partecipato al recupero del borgo, abbiamo curato l’edizione italiana del libro, Borghi Collinari italiano, editore da Pulito, Napoli. Diventati amici di Carver, ricevemmo da lui un inaspettato e gradito apprezzamento per il lavoro realizzato. Al suo si è successivamente aggiunto Italia Nostra che ha definito il restauro «esemplare» e il plauso dei Club Unesco Europe; infine, Castello di Postignano è stato incluso nell’Associazione Borghi più Belli d’Italia. Dopo un percorso complesso, complicato da due ulteriori terremoti e da ostacoli burocratici surreali, Castello di Postignano è finalmente rinato: reso antisismico e nuovamente abitato. Amare questo paese, l’Italia dalle mille meraviglie, dovrebbe significare volerne il suo bene e fare qualcosa, ciascuno per quello che può, per proteggerla. Vieni per una persona che ci è cara. Questi tre libri, se non costituiscono pietre miliari di ricerca scientifica o di formazione ideologica, hanno anche insegnato a molti a essere curiosi di popolazioni varie dalla nostra e apprezzarne le espressioni artistiche, erroneamente premuroso « minori ».

15 settembre 2022 | 08:56

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