“Ecco perché il giornalismo si sbaglia sull’Ucraina. E sta spingendo i lettori verso la corsa al riarmo”: lo sfogo degli ex inviati in una lettera aperta. “Basta con il bene e il male, i dubbi sono preziosi in guerra”

“Guardando il televisori e leggo giornali parlando della guerra in Ucraina ce ne siamo resi conto qualcosa non funziona, che qualcosa si muove piuttosto male”. Così iniziò l’appello pubblico di dieci storici corrispondenti di guerra dei maggiori quotidiani nazionaliCorriereansaRg5RepubblicaPanoramaSole 24 Ore), che lanciano l’allarme sui rischi di a storia schierata e ipersemplice del conflitto sui media italiani (qui il testo integrale del quotidiano online Africa Express† “La guerra l’abbiamo vista davvero da dentro: siamo stati sotto le bombe, sono caduti alcuni nostri colleghi e amici”, esordiscono Massimo Alberizzi, Remigio Benni, Toni Capuozzo, Renzo Cianfanelli, Cristiano Laruffa, Alberto Negri, Giovanni Porzio, Claudia Svampa, Vanna Vannuccini e Angela Vird. «Proprio per questo – spiegano – non ci piace come viene rappresentato oggi il conflitto in Ucraina, la prima di vasta portata delera del web avanzato† Siamo inondati di notizie, ma nella rappresentazione mediatica le parti in guerra sono acriticamente divise in buone e cattive. Anzi molto buono e molto cattivo‘ annotano i firmatari. “Solo uno sarà accreditato pensiero dominante e chi non la pensa così viene bollato come amico di Putin e quindi in qualche modo in parte responsabile dei massacri in Ucraina. Ma non è così. Dobbiamo renderci conto che la guerra è in movimento interessi indicibili che è evitato di essere divulgato al pubblico. La propaganda ha una sola vittima: giornalismo”.

‘L’opinione pubblica spinta verso la corsa al riarmo’ – Gli inviati, come ora richiesto, danno per scontato il superfluo: “Nessuno qui sostiene che Vladimir Putin sia un mite agnello. È lui che ha iniziato la guerra e invase brutalmente l’Ucraina† È lui che ha lanciato missili che hanno causato dolore e morte. Naturalmente. Ma dobbiamo chiederci: è lui l’unico responsabile? Siamo solidali con l’Ucraina e il suo popolo, ma ci chiediamo perché e come è iniziata questa guerra. Non possiamo liquidare frettolosamente le ragioni con una La presunta follia di PutinMentre, fanno notare, “nella maggior parte dei media (soprattutto nei più grandi e diffusi) non c’è un’analisi approfondita di ciò che sta accadendo e soprattutto perché è successo”. Quegli stessi media che “continuano a offrirci” struggenti storie di dolore e morte che influenzano e preparano profondamente l’opinione pubblica gara di riarmo molto pericolosa† Quanto all’Italia, aumento della spesa militare al due per cento del PIL. Un investimento di tale entità in spese militari porterà inevitabilmente ad una riduzione della spesa per il benessere della popolazione. L’emergenza bellica – concludono – sembra aver portato a mettere da parte i principi di tolleranza che dovrebbero ispirare società liberaldemocratiche come la nostra.

Alberizzi: “Non è più informazione, è propaganda” – Parole di assoluto buon senso, che nel clima attuale, però, sono fortemente considerate estremiste. “Perché penso di sì, mi danno in giro l’amico di Putin”, dice fattoquotidiano.it Massimo Alberizziccorrispondente da più di vent’anni Corriere dall’Africa. “Ma di Putin non me ne frega niente: da giornalista sono preoccupato perché questa guerra” distrugge il giornalismo† Nel 1993 raccontai della battaglia del pastificio di Mogadiscio, dove tre soldati italiani in missione furono uccisi dalla milizia somala: il giorno dopo andai a parlare con quegli uomini armati e mi chiedevo perché, cosa volessero ottenere. E il Corriere pubblicato quell’intervista. Oggi sarebbe impossibileLa storia del conflitto nei media italiani, sostiene, si basa su “informazioni a senso unico fornite da” fonti considerateautorevolecon noncuranza† L’esempio più notevole è l’attacco russo al Teatro Mariupol, in cui la storia non verificata di una strage ha colpito l’opinione pubblica allo stomaco e l’ha indirizzata verso un sostegno acritico al riarmo. Questo non è più informazioneè propaganda† I fatti sono sommersi da un coro di opinioni e anche chi si informa leggendo più giornali al giorno non riesce a capire qualcosa”.

Negri: ‘Fare spettacolo è più interessante che informare’ – “Questa guerra è un’opportunità per molti giovani giornalisti di farsi conoscere, e alcuni di loro producono” materiali davvero straordinari“, premette invece Alberto Negritrentennale corrispondente di Suola dal Medio Oriente, Africa, Asia e Balcani. “Poi ci sono i commentatori che siedono sul divano, che governano su tutta la conoscenza umana e… non aiutano a capire nulla, ma annebbiano solo le acque. Mi rendono un po’ triste. D’altra parte, la maggior parte dei media è molto più interessata a fare uno spettacolo che a informare”. È così che lo vede Toni Capuozzovolto iconico del Rg5ex vicedirettore e corrispondente di guerra – tra gli altri – in Somalia, ex Jugoslavia e Afghanistan: “L’influenza della politica dei talk show è stata nefasta”, ha detto. fattoquotidiano.it† “Le conversazioni ne seguono una” logica binaria: Si o no. Le zone grigie, i dubbi, le sfumature sono spente. Quando si raccontano guerre questa logica è dannosa† Se ci poniamo la domanda banale e sfacciata “chi ha ragione?”, la risposta è semplice: Putin è l’aggressore, l’Ucraina è sotto attacco. Ma una volta data questa inevitabile risposta, sarebbe utile discutere di come siamo arrivati ​​qui: ce ne sarebbero altri mille problemi molto meno evidentisu cui si deve esercitare l’intelligenza».

Capuozzo: ‘I dubbi sono preziosi in guerra’ – “Sembra che seminare dubbi significhi lasciare gli ucraini al massacro, per così dire traditori, vigliacchi o disertori”, argomenta Capuozzo. «Invece, è proprio in queste circostanze che i dubbi sono preziosi e pericolosissima unanimità. Credo che questo modo di affrontare la questione derivi principalmente dalla mancanza di conoscenza di cosa sia la guerra: la guerra schizzi di fango ovunque e nessuno rimane innocente tranne i bambini. E ogni guerra è essa stessa un crimine, come dimostrano Bosnia, Iraq e Afghanistan, valutazioni di crimini commessi da tutte le parti”. Certo ci sono le esigenze dei media: “Va da sé che non si può fare un telegiornale con le sole domande senza risposta. Ma c’è un salario minimo di equità da parte degli spettatori: saperlo in guerra tutti sono propaganda dalla tua parte e chiariscilo. In tali situazioni, è molto difficile attenersi ai fatti, perché i fatti non sono quasi mai univoci. Allora cosa guadagna le sue simpatie e le sue interpretazioni ideologiche”. Una tendenza che nega ogni sfumatura anche nel dibattito politico: “La mia sensazione è che una classe dirigente che sente i suoi mesi contati abbia colto l’occasione per attirare l’attenzione nell’ora fatidica, cerca di nascondere i propri difetti. Sentire la parola ‘eroismo’ nella bocca di Draghi è alienante, non ha nulla a che fare con il personaggio”, dice. “Siamo diventati tutti i fan da una parte o dall’altra, quando dovremmo essere solo fautori della pace».

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