I 70 anni del Pierlo: «Ma per il basket rimango in gioco»

Buon compleanno, Pierlo. Oggi Pier Luigi Marzorati, bandiera della Pallacanestro Cantù e icona del basket italiano e internazionale, spegne le 70 candeline. «Ma niente festa speciale, una cena in famiglia con tutti. Devo finire la relazione del mio ultimo viaggio di lavoro in Sicilia».

D’altronde, lui è fatto così: sempre in perenne movimento e, appena ne ha pensata una, subito sotto con l’altra. Spesso geniale, talvolta spiazzante. Anche per chi lo conosce bene.

Ingegnere, che effetto fa?

Direi un bel traguardo. Con la supremazia, da giocatore, di aver vissuto momenti, con il club e la Nazionale, che mi hanno portato sempre in dote compagni di squadra bravi e importanti. stato una fortuna.

Come quella, del resto, di non aver pensato solo alla pallacanestro…

vero. Ritengo strategico, oltreché vincente, la scelta di aver attivato gioco e studi all’università. Una situazione che mi è servita a mitigare il momento dell’abbandono dell’attività di giocatore prima e direttore poi, trovando grandi soddisfazioni anche nel lavoro.

Una sorta di valvola di sfogo.

Il massimo per autoricaricare le pile quando avevo delle insoddisfazioni in uno dei due obiettivi, quello sportivo e quello professionale.

E adesso s’è messo in testa questa idea di Liba (acronimo di Legends International Basketball Association) Italia, l’associazione no profit che la porta ovunque…

L’intento è quello, una svolta smesso di giocare, di mettere in piedi qualcosa di importante per i giovani e per i valori che lo sport a noi ha insegnato. Punto focale, ovviamente, è che siano i club che continuino a investire, così come sta accadendo. Ma certi concetti di sacrificio e può trasmetterli con serenità e tranquillità pure chi ha deciso di fare del volontariato come noi.

Magari non solo soldi, ma opere.

Mi fa piacere la vicinanza della Federazione, così come il contributo degli associati. Abbiamo la fortuna di poter arrivare sul territorio, coprendo anche qualche mancanza con materiale. Gratificando il movimento e dimostrando vicinanza con qualche sponsor in più che possa vivere.

E vis siete già mossi bene.

Le ultime due iniziative, ad esempio, la consegna a Milano di due panchine dedicate a Sandro Gamba e Bogdan Tanjevic, i due coach campioni d’Europa con la Nazionale, e la prossima che faremo a Brescia, nell’ambito della Supercoppa italiana, in Memoria di Marco Solfrini e Riccardo Sales. Tutti i nostri punti di riferimento, non possiamo dimenticare la storia.

E a proposito di storia, lei qualche passettino in quella del basket l’ha compiuto…

Non vorrei passare per falso modesto, ma c’ero anch’io in mezzo a tanti altri quando si è vinto con la Nazionale e con Cantù. Ho approfittato di quel mix di professionalità, competenza e fortuna che sta alla base di un successo.

In un’epoca nella quale non esistono più, lei ha fatto la bandiera: sempre e solo con una maglia.

Una scelta di vita, soprattutto. Ricordo che quando andai a giocare le amichevoli in America prima delle Olimpiadi del 1972 furono diverse le Università degli States che mi cercarono. Ma mia madre mi disse: “Non se ne parla nemmeno, prima finisci il Politecnico e poi puoi scegliere quello che fai”. Ovvio che a 26 anni le cose presero un’altra piega. E poi…

E poi?

fortuna a Cantù arrivato a Cantù un certo signor Valerio Bianchini, che cambiò i destini sportivi e della società. E poi…

E poi?

Mi sposai, mettendo su casa. Giocavo e pensavo al dopo carriera lavorando. Cambiarono gli interessi e le prospettive.

Anche quando, senza bisogno di finire al di la dell’Oceano, disse no al Barcelona?

In verità c’era anche il Maccabi Tel Avi. Ma allora eravamo non era mica come oggi, in regime di vincolo e per passare da un club all’altro serviva l’accordo tra le società. Noi qui stavamo vivendo un’era importante, con i successi della gestione Bianchini, ea me neanche lo dissero. Decisero tutto, a priori, il gm Lello Morbelli e il presidente Aldo Allievi.

Vuol dire che fu suo suocero a non andare altrove?

Le scelte le si fece sempre in armonia, come accadeva anche ai tempi di Arnaldo Taurisano. Poi, ovvia, la decisione finale era del sciur Aldo. Che comunque possa ostacolare quella presa da uno come Morbelli che, allora, da solo attuali copriva o sette ruoli di quelli, dal gm al ds, dal team manager al responsabile del settore giovanile.

A quale successo è più affezionato?

Alla prima Coppa dei Campioni con Cantù a Colonia contro il Maccabi e alla medaglia d’oro agli Europei di Nantes dell’83.

Ah, con Meo Sacchetti…

E Riva, Meneghin, Tonut, Caglieris, Costa, Villalta… Ve li dico tutti?

No, ci fidiamo. E la più grande delusione?

Zia, forte anche di più delle vittorie. Ogni eliminazione dalla corsa scudetto, ad esempio. O la sconfitta in Nazionale contro la Jugoslavia alle Olimpiadi di Montreal 76. Vincevamo di 15/20 punti e non ce l’abbiamo fatta, non riuscendo a raggiungere la semifinale, che – con certezza quasi assoluta – avrebbe portato una medaglia.

Poi, record dei record, dopo la gara d’addio di 31 anni esatti fa, tornato a giocare, primo della storia ad fatto fatto in cinque decenni…

Quella fu una grande operazione di marketing, ma anche la conferma che da solo e senza una squadra non si può raggiungere nulla di importante. Stabilimmo il record grazie all’intuizione di Gino Giofrè e alla disponibilità di Franco Corrado.

Chi le manca di più, tra quelli del basket che non ci sono più?

Non ho doppiato: Giancarlo Primo per quel che riguarda la Nazionale e il trio Allievi, Morbelli e Taurisano per la Pallacanestro Cantù.

E tra quelli viventi con cui ha giocato?

Carlo Recalcati, per il club, il mio fratello maggiore e colui che mi ha accompagnato nel mondo dei grandi. E Dino Meneghin in azzurro: punto di riferimento importante, lui è stato sempre il nostro pesce pilota, dandomi le indicazioni necessarie per capire quanto fossero importanti impegno, dedizione e sacrificio.

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