i caccia cinesi pronti a «scortare» il suo aereo. Domani il vertice Xi-Biden-Corriere.it

La scarsa frequenza delle consultazioni con Washington dice molto sullo stato delle relazioni USA-Cina. E la visita di Pelosi a Taipei riaccende la tensione: Pechino è pronta a far «accogliere» il volo dai caccia. E questo costringerebbe gli Usa a reagire

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PECHINO — Appuntamento in videoconferenza, domani, tra Joe Biden e Xi Jinping. Sarà solo il quinto vertice (sempre) tra i leader della prima e della seconda superpotenza global da quando Biden è entrare alla Casa Bianca, nel gennaio del 2021. È vero che Xi dal gennaio 2020 segue un rigoroso «distanziamento social» per la pandemia e ha evitato ogni contatto in presenza con governanti stranieri (ha fatto eccezioni per Putin e l’altro giorno per l’indonesiano Joko Widodo), ma la scarsa frequenza delle consultazioni con Washington dice molto sullo stato delle relazioni USA-Cina.

Eppure, il rapporto personale intessuto tra i due statisti è di lunga data: Barack Obama nel 2009 aveva delegato all’allora vice presidente Biden di approfondire il rapporto con Xi Jinping, che allora era ancora il numero due della nomenklatura cinese; i contatti sono proseguiti quando nell’autunno del 2012 è diventato segretario generale del partito comunista. Biden è il politico americano che ha trascorso più tempo con Xi, ricevendolo in America e facendogli visita in Cina per un totale di 11 volte.

Qualcosa, di tutti quei colloqui diretti, intimi, lontani dai riflettori è rimasto: nel novembre del 2021, in videochiamata, il leader cinese ha salutato con un ampio sorriso il presidente americano chiamandolo «lao peng you», «vecchio amico». un’espressione importante nel galateo mandarino: viene riservata una personalità autorevoli con le quali si è instaurato un rapporto di rispetto nel corso degli anni.

Però, negli ultimi mesi, nuovi dossier carichi di dissenso e crisi si sono accumulati nello Studio Ovale ea Zhongnanhai (la cittadella del potere dove risiede Xi con la leadership cinese).

Sono rimasto in vigore i dazi commerciali imposti da Donald Trumpnonostante Biden abbia currency to l’idea di ridurreli (anche per cercare di calmare l’ uscite che pesa sui consumatori americani). Alta tensione per i diritti umani violati nello Xinjiang. Per i diritti civili gravemente ridimensionati a Hong Kong. E poi lo sconvolgimento creato dall’avventura russa in Ucraina, pochi giorni dopo che Xi e Putin avevano proclamato collaborazione «senza limiti».

E in questi ultimissimi giorni è riesploso il caso Taiwan.

Causato da una visita a Taipei programmata (anche se non ufficializzato) da Nancy Pelosi, speaker della Camera dei Rappresentanti.

Pechino ha minacciato ritorsioni, reazioni forti: a quanto si dice emissari cinesi a Washington hanno prospettato l’uso della caccia con la stella rossa per «scortare» l’apparecchio della signora Pelosi fino all’aeroporto di Taipei, o addirittura per respingerlo.

La terza carica istituzionale degli Stati Uniti si troverebbe ostaggio in cielo dell’Aviazione comunista. Si parla anche di un blocco navale nello Stretto.

Sono ipotesi da incubo per il Pentagono, già impegnato a tener testa all’Armata di Putin (inviando armamenti agli ucraini). Biden ha detto che secondo i generali di Washington «la missione pelosi non è una buona idea».
Però, la Casa Bianca non può far altro che sconsigliare la missione di sostegno democratico in queste circostanze. Certo non la può vietare e già l’osservazione del presidente sulla cattiva idea di pelosi è sembrata un segno di procedure e un cedimento ai cinesi.

A Pechino, invece, non accettano il fatto che negli Stati Uniti e nell’Occidente viga il sacro principio della separazione dei poteri legislativo ed esecutivo. Ai cinesi non basta sapere che Biden ha spedito il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan a spiegare ai membri del Congresso il rischio della mossa di sostegno a Taiwan in questo momento.

Oltretutto, Joe Biden ha preso lo s punto della guerra in Ucraina per confermare ai cinesi che non starebbe a guardare in caso di una loro azione di forza per Taiwan. In varie occasioni ha detto che impegnerebbe la potenza militare degli Stati Uniti per difendere l’isola democratica da un tentativo di invasione (che vista da Pechino sarebbe riunificazione). Ogni volta, subito, funzionari di Casa Bianca e Pentagono hanno corretto il presidente sosteendo che la politica americana nei confronti di Taipei non è cambiata: esiste una sola Cina ed è quella governata a Pechino dal Partito comunista. Gli americani si celano sempre dietro l’ambiguità strategica: la difesa di Taiwan al momento viene assicurata con l’invio di sistemi d’arma sofisticati, non con «scarponi americani sul campo».

Però, di fronte all’ipotesi di uno sbarco a Taiwan della terza carica degli Stati Uniti, i cinesi sono pronti a rischiare una crisi al buio.

Muovere aerei e navi per scoraggiare il viaggio di Nancy Pelosi costringerebbe Biden a reagire per difendere la speaker della Camera. Sarebbe un secondo fronte di crisi globale che come minimo afffonderebbe all’istante le Borse mondiali.

C’è da sperare che nel colloquio di domani i due vecchi amici riescano a ragionare con la necessaria calma e lungimiranza.
Ma non c’è da sperare che Xi arretri sulla questione taiwanese.

L’ultima volta che si erano parlati, a marzo, Xi aveva dispensato a Biden un vecchio proverbio di saggezza mandarina: «Spetta a chi ha legato il sonaglio al collo della tigre il compito di toglierlo». Nel caso di Taiwan, la parabola del sonaglio significa che il problema attuale (la visita di Pelosi) è stato creato dagli Stati Uniti, che ora hanno il dovere di risolverlo.

27 luglio 2022 (modifica il 27 luglio 2022 | 11:45)

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