Il Papa riceve Confindustria: “Basta donne incinte mandato via”. E chiede di ispirarsi a Olivetti: “Limite alla distanza tra stipendi”

“Lo stesso denaro può essere usato, ieri come oggi, per tradire e vendere un amico o per salvare una vittima. Lo vediamo tutti i giorni, quando i denari di giuda e quelli del buon samaritano convivono negli stessi mercati, nelle stesse borse valori, nelle stesse piazze. L’economia cresce e diventa umana quando i denari dei samaritani diventano più numerosi di quelli di Giuda”. il monitor che Papa Francesco ha rivolto ai partecipanti all’assemblea pubblica di Confindustria ricevuto nell’aula Paolo VI in Vaticano. Adriano Olivettiun vostro grande collega del secolo scorso, stabilito un limite alla distanza – ha passato Bergoglio – tra gli aveva stipendio più alti e quelli più bassi, perché sapeva che quando i salari e gli stipendi sono troppo diversi si perde nella comunità aziendale il senso di appartenenza un un destino comune, non si crea empatia e solidarietà tra tutti; e così, di fronte a una crisi, la comunità di lavoro non risponde come potrebbe rispondere, con gravi conseguenze da tutti. I l valore che voi create dipende da e da ciascuno: dipende anche dalla vostra creatività, dal talento e dall’innovazione, dipende anche dalla cooperazione di tutti, dal lavoro tutti quotidiano di tutti. Perché se è vero che ogni lavoratore dipendente dai suoi imprenditori e dirigenti, è anche vero che l’imprenditore dipende dai suoi lavoratori, dalla loro creatività, dal loro cuore e dalla loro anima: possiamo dire loroche dipende spirituale ‘capitale’dei lavoratori”.

Il Papa, inoltre, ha sottolineato che “anche il mondo dell’impresa stare soffrendo molto. La pandemismo ha messo a dura prova tante attività produttive, tutto il sistema economico è stato ferito. E ora si è aggiunta la guerra in Ucraina con la energetica di crisi che ne sta derivando. In queste crisi soffre anche il buon imprenditore, che ha la responsabilità della sua azienda, deis posti di lavoro, che sente su di sé le incertezze ei rischi. Nel Mercato Ci Sono imprenditore ‘mercenario’ e simili al buon pastore, che soffrono le stesse persone dei loro lavoratori, che non fuggono davanti ai lupi che girano attorno. La gente sa riconoscere i buoni imprenditori. Lo abbiamo visto anche di recente, alla morte di Alberto Balocco: tutta la comunità aziendale e civile era addolorata e ha manifestato stima e riconoscenza”.

Francesco ha spiegato che il ruolo dell’imprenditore si può coniugare con quanto afferma il vangelo, indicando alcune condizioni. La bella è la condivisione. “La richezza, da una parte, – ha affermato il Papa – aiuta molto nella vita; ma è anche vero che spesso la complica: non solo perché può diventare un idolo e un padrone spietato che si prende giorno dopo giorno tutta la vita. La complica anche perché la ricchezza chiama a responsabilità: una volta che possiedo dei beni, su di me grava la responsabilità di farli fruttare, di non disperderli, di usarli per il bene comune. Poi la ricchezza crea attorno a sé invidia, maldicenzanon di rado violenza e cattiveria. Gesùci dice che è molto difficile per un ricco entrare nel regno di Dio. Difficile, sì, ma non impossibile. E infatti sappiamo di persone benestanti che appartengono alla comunità prima di Gesù, ad esempio Zaccheo di Gerico, Giuseppe di Arimatea, o alcune donne che sostenevano gli apostoli con i loro beni. Nelle prime comunità esistevano donne e uomini non poveri; e nella Chiesa ci sono sempre state persone benestanti che hanno seguito il vangelo in modo esemplare: tra questi anche imprenditori, banchierieconomisti, come ad esempio i beati Giuseppe Tonolo e Giuseppe Tovinico. Per entrare nel regno dei cieli, non a tutti è chiesto di spogliarsi come il mercante Francesco d’Assisic; ad alcuni che ricchezze è chiesto di condividerle. La condivisione è un altro nome della povertà evangelica”.

“Come vivere oggi – si è domandato il Papa – questo spirito evangelico di condivisione? Le forme sono diverse, e ogni imprenditore può trovare la propria, secondo la sua personalità e la sua creatività. Una forma di condivisione è la filantropia, cioè donare alla comunità, in varie modalità. E voglio qui ringraziarvi per il vostro sostegno concreto al popolo ucraino, specialmente ai bambini sfollati, perche possono andare a scuola; Grazie! Ma molto importante è quella che nel mondo moderno e nelle democrazia sono modalità le tassello e le imposto, una forma di condivisione spesso non capita. I l patto fiscale è il cuore del patto sociale. Le tasse sono anche una forma di condivisione della ricchezza, così che essa diventa beni comuni, beni pubblici: scuola, sanità, diritti, cura, scienza, cultura, patrimonio. Certo, le tasse devono essere giuste, eque, fissate in base alla capacità contributiva di ciascuno, come recita la costituzione italiana. Il sistema e l’amministrazione fiscale devono essere efficienti e non corrotti. Ma non bisogna considerare le tasse come un’usurpazione. Esse sono un’alta forma di condivisione di beni, sono il cuore del patto sociale”.

Per Francesco “un’altra via di condivisione è la creazione di lavoro, lavoro per tutti, in particolare per i giovani. io giovani hanno bisogno della vostra fedee voi avete bisogno dei giovani, perché le imprese senza giovani perdono innovazione, energia, entusiasmo. Da sempre il lavoro è una forma di comunione di ricchezza: assumendo persone voi state già distribuendo i vostri beni, state già creando ricchezza condivisa. Ogni nuovo posto di lavoro creato è una fetta di ricchezza condivisa in modo dinamico. Stand anche qui la centralità del lavoro nell’economia e la sua grande dignità. Oggi la tecnica rischia di farci dimenticare questa grande verità, ma se il nuovo capitalismo creare ricchezza senza più creare lavoro, va in crisi questa grande funzione buona della ricchezza. E parlando dei giovani: io, quando incontro i governanti, in tanti mi dicono: ‘Il problema del mio Paese è che i giovani vanno fuori, perché non hanno possibilità’. Creare il lavoro e una sfida e alcuni Paesi sono in crisi per questa mancanza. Io vi questo chiedo favore: che qui, in questo Paese, grazie alla vostra iniziativa, al vostro coraggio, ci siano posti di lavoro, si creino soprattutto per i giovani”.

“Tuttavia, – ha proseguito Bergoglio – il problema del lavoro non può risolversi se resta ancorato nei confini del solo mercato del lavoro: è il modello di ordine sociale da mettere in discussione. Quale modello di ordine sociale? E qui si tocca la domanda della denatalità. La denatalità, combinata con il rapido invecchiamento della popolazione, sta aggravando la situazione per gli imprenditori, ma anche per l’economia in generale: rinuncia all’offerta dei lavoratori e aumenta la spesa pensionistica a carico della finanza pubblica. È urgente nei fatti le famiglia e la natalita. Su questo dobbiamo lavorare, per uscire il più presto possibile dall’demografico invernale nel quale vive l’Italia e anche altri Paesi. È un brutto inverno demografico, che va contro di noi e ci questa capacità di crescere. Oggi fare i figli è una questione, io direi, patriottica, anche per portare il Paese avanti. Sempre a proposito della natalità: alle volte, una donna che è impiegata qui o lavora là, ha paura a rimanere incinta, perché c’è una realtà, non dico tra voi, ma c’è una realtà che appena si incomincia a vedere la pancia, la cacciano via. ‘No, no, tu non puoi rimanere incinta’. Per favore, questo è un problema delle donne lavoratrici: studiatelo, vedete come fare affinché una donna incinta possa andare avanti, sia con il figlio che aspetta e sia con il lavoro”.

Il Papa ha evidenziato che “l’Italia ha una forte vocazione comunitaria e territoriale: il lavoro è stato sempre considerato all’interno di un patto sociale più, dove l’impresa è parte ampio integrato della comunità. Il territorio vive dell’impresa e l’impresa trae linfa dalle risorse di prossimità, contributo in modo sostanziale al benessere dei luoghi in cui è collocata. A questo proposito, va sottolineato il ruolo positivo che giocano le aziende sulla realtà dell’immigrazionefavorendo l’integrazione costruttiva e valorizzando la capacità indispensabile per la sopravvivenza dell’impresa nell’attuale contesto. Nello stesso tempo occorre ribadire con forza il ‘no’ ad ogni forma di fruttamento delle persone e di negligenza nella loro sicurezza. Il problema dei migranti: il migrante va accolto, accompagnato, sostenuto e integrato, e il modo di integrarlo è il lavoro. Ma se il migrante è respinto o semplicemente usato come un bracciante senza diritti, ciò è un’ingiustizia grande e anche fa male al proprio Paese. Mi piace anche ricordare che l’imprenditore stesso è un lavoratore. E questo è bello eh! Non vive di rendita; il vero imprenditore lavora vive di lavoro, vive lavorando, e resta imprenditore finché. Il buon imprenditore conosce i lavoratori perché conosce il lavoro. Molti di voi sono imprenditori artigianiche condividono la stessa fatica e quotidiana dei diplomazia. Una delle gravi crisi del nostro tempo è la perdita di contatto imprenditori col lavoro: crescendo, diventando grandi, la vita trascorre in uffici, riunioni, viaggi, convegni, e non si frequentano più le officine e le fabbrica. Si dimentica ‘l’odore’ del lavoro. È lordo. È come succede a noi preti e vescovi, quando dimentichiamo l’odore delle pecore, non siamo più pastori, siamo funzionari. Si dimentica l’odore del lavoro, non si riconoscono più i prodotti ad occhi chiusi toccandoli; e quando un imprenditore non tocca più i suoi prodottiperde contatto con la vita della sua impresa, e spesso inizia anche il suo economico. Il contatto, la vicinanza, che è lo stile di Dio: essere vicino”.

Twitter: @Francesco Grana

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