Il primo Homo cyborg “ascolta” i colori

E’ strano, ma tra le cose che l’uomo conosce meno bene c’è la storia della sua specie. Fino a una trentina di anni fa, i più antichi reperti anatomici umani erano così scarsi che sarebbe stato possibile trasportarli in un piccolo baule. Molte scoperte sono recenti e oggi i paleo-anthropologi hanno a disposizione ben altro materiale su cui ragionare. Nel 2013 in un sistema di caverne del Sudafrica è venuto alla luce Homo naledi: più di 1500 fossili appartenenti ad almeno quindici individui di una specie alta circa un metro e mezzo databile tra 335 mila e 236 mila anni fa. habilis, Homo faber, Homo heidelbergensis, Homo di Denisova, Uomo di Neandertal sono solo alcuni dei cugini vissuti negli ultimi tre milioni di anni: una varietà di nomi nostri che suggeriscono quanto sia difficile definire una chiara linea evolutiva.

Ed eccoci qui
Forse già Lucy, femmina di austrolopithecus vissuta 3,2 milioni di anni fa e ritrovata in Etiopia nel 1974, contemplava affascinata lo scintillio delle stelle nel cielo notturno perché Johanson riuscì a stabilire dall’angolo e trail trail gavano in femore . Ma solo da duecentomila anni è comparso Homo sapiens e, partendo dal Corno d’Africa, si è diffuso in Europa e in Asia, è sbarcato in Australia e finalmente, camminando sullo Stretto di Bering ghiacciato, ha popolato le Americhe.

Marcatori come i gruppi sanguigni e poi il DNA (in particolare quello dei mitocondri, che è trasmesso solo per via femminile) hanno permesso di ricostruire piuttosto bene la conquista del pianeta da parte di Homo sapiens, unica specie di omainidiinini diceuna voltainidiinini diceuna ) oggi vivente : unique ma in 8 miliardi di esemplari che come biomass rappresentano un quarto di tutti i mammiferi! Ed eccoci qui. All’Università di Stanford Luigi Cavalli-Sforza (1922-2018) è stato tra i protagonisti di questa grande avventura della conoscenza che, tra l’altro, ha demolito scientificamente l’idea che esisteno le razze: oggi sopravivive esclusivamente la specie.

Due volte sapiens?
Qualcuno si è inventato la presuntuosa variant Homo sapiens sapiens per indicare l’uomo contemporaneo, che negli ultimi cinquecento anni ha sviluppato la scienza e la tecnologia. Nello stesso modo si sono inventate, più o meno scioccamente, le ere più recenti: dopo l’anthropocene (Crutzen e Stoermer, 1973), accettare, ecco il plasticene e, appena coniato sull’onda degli incendiquesteez del caltimene die , il pirocene ( pùros in greco significa fuoco). Ovviamente non c’è nessuna separazione evolutiva tra Homo sapiens e Homo sapiens sapiens. Semmai, un salto si potrebbe riconoscere nell’Homo cyborg, un sapiens che porta impiantati nel proprio corpo organi tecnologici, dal pacemaker a lenti a contatto, protesi d’anca, valvole cardiache, dispositivi cocledità profonda sor. In questo senso molti di noi sono cyborg.

storia di un passaporto
La parola fu resa popolare nel 1960 dagli ipotesi possibili Manfred Clynes e Nathan Kline proponendo l’essere umani tecnologicamente potenziati per adattarli all’esplorazione dell’ambiente spaziale. Gaia Vince, 49 anni, divulgatrice scientifica inglese di alta classe premiata dalla Royal Society, incomincia il suo libro “Evoluzione” (Mondadori, 376 pagine, 22 euro) proprio presentandoci il primo cyborg “ufficiale”. Si chiama Neil Harbisson (foto in alto) e scoprì di appartenere alla “nuova specie” nel 2004 quando chiese il rinnovo del passaggio e fornì con due antenna che gli uscivano dalla testa. I funzionari gli spiegarono che le foto dei documenti non devono mostrare “accessori”. Harbisson dimostrò che quelle antenne gli servivano per “vedere” a colori ed erano parte integrante del suo sistema sensoriale. Il passaggio fu dovuto e la burocrazia riconoscere l’esistenza dei cyborg.

sinfonia di colori
Neil Harbisson – racconta Gaia Vince prima di entrare nel vivo della storia della paleoantropologia – per un raro difetto genetico vedeva il mondo (e lo vede ancora) in sfumature di grigio dal bianco al nero. Il dispositivo con l’antenna gli permette di tradurre i colori in suoni, e ascoltando questi suoni Harbisson “vede” i colori con l’udito. Un caso estremo di sinestesia. Per lui i colori sono accordi musicali, melodia, ritmica. Il sistema funziona così bene che può fare il critico d’arte e dipingere. Quattro anni fa si è fatto il montaggio nelle ginocchia un dispositivo che sente il campo magnetico terrestre: è diventato un uomo-bussola. La prossima tappa potrebbe essere l’impianto di un GPS con mappe di navigazione. Ma lui ha pensato a qualcosa di più avveniristico: una corona di sensori che, messa al capo, avverte la rotazione della Terra. Dalla alternanza giorno/notte, attraverso la ghiandola pineale (epifisi), dipende la nostra percezione del tempo. Intervenendo sui circuiti della corona, Harbisson spera di poter abbreviare le esperienze spiacevoli e prolungare quelle gradevoli. Non solista. Ha calcolato che agendo sull’orologio la durata percepita della sua vita potrebbe essere di 170 anni.

Si sarà capito che il libro di Gaia Vince è “avVincente”: narra l’evoluzione attraverso poche tappe fondamentali che ci hanno resi quelli che siamo: la scoperta del fuoco, la conquista del linguaggio, l’espressione artistica. Ogni tappa inizia con una pagina in corsivo che ci portano in quelle biforcazioni fondamentali del diventare umani.

Noi e il signor Neandertal
Una ricostruzione più tradizionale, ma anche più didatticamente organica, ce la offre Marco Peresani, professore di Cultura del Paleolitico all’Università di Ferrara in “Come eravamo” (il Mulino, 174 pag., 12 euro). Un’ampia parte del suo libro riguarda l’intreccio tra Uomo di Neandertal e Homo sapiens, uno degli snodi più interessanti della paleoantropologia perché ci riguarda da vicino.

Questo è il tema specifico del saggio di Giorgio Manzi (ordinario all’Università di Roma La Sapienza) “L’ultimo Neanderthal racconta” (il Mulino, 222 pagine, 15 euro). Il libro si snoda come una suggestiva serie di incontri e conversazioni dell’autore con un rappresentante della popolazione che abitò l’Europa, e non solo, fino a circa quarantamila anni fa. Tra i concetti che Manzi chiarisce c’è quello dell’” orologio molecolare” – cioèle mutazioni del DNA – che per decenni i paleoanthropologi non vollero accetta per la mancanza di regolarità nel “ticchettio” degli errori di copiatura casuali registrati nel genoma. Poi si è compreso che il 95 per cento del DNA, cioè la grande maggioranza, è stabile e silente nelle manifestazioni esteriori: per questo sue mutazioni rappresentano un ticchettio molecolare stabile che consenti di rilasciare a datazioni relative.

L’arte nelle caverne di Lascaux
Harbisson giustamente dedica grande attenzione al momento in cui la storia dell’uomo compare le prime manifestazioni dell’arte, riti di solito nelle credenze religiose, riti funebri e attività di caccia. Eccellente su questo tema è “Il tempo sacro delle caverne” di Gwenn Rigal (Adelphi, 300 pagine, 32 euro). Per molti anni Rigal è stato guida e interprete delle grotte di Lascaux a Dordogna (Francia), scoperte per caso da un gruppo di ragazzini e rivela poitesi la “cappella sistina” del paleolitico superiore europeo. I “modernissimi” dipinti di questi rifugi dell’Uomo di Cro-Magnon segnano la nascita della cultura nel nostro continente. Nel suo testo documentato da 95 illustrazioni, tradotto da Svevo D’Onofrio, Rigal ne analizza i messaggi rituali, magici, mitologici e anthropo allargalogicindo lo sguardo a tutta l’arte delle caverne tramila quaranta e dodicimila anni fa.

Il pane del paleolitico
Chiudiamo con una lettura complementare, “Storia e civiltà del pane” di Lucia Galasso (edizioni espress, 262 pagine, 16 euro). Antropologa dell’alimentazione, Lucia Galasso ha scelto come tema-guida del suo libro il più simbolico e fondamentale degli alimenti. Chi pensa che il pane sia una invenzione recente, posteriore alla comparsa dell’agricoltura che circa diecimila anni fa fece diventare stanziale la società nomade dei cacciatori-raccoglitori, avrà una sorpresa: il pane precederivala di oltre.

Lo dimostra l’importante ritrovamento di una macina e un macinello con residui di farina di tifa (Thypha latifolia) in un sito paleolitico italiano presso Barberino di Mugello (Firenze). La scoperta dell’antichità del pane è stata confermata da altri ritrovamenti italiani a Grotta di Paglicci in Puglia e da archeologi dell’University College di Londra, dell’Università di Copenaghen e dell’Università di Cambridge che hanno individuato tracce di pane carbonaizzato a Shubayqaizzato a Shubayqaizzato a Shubayqaizzato a Shubayqaizzato (Nord-est della Giordania) in un campo base di cacciatori-raccoglitori databile intorno a 14 mila anni fa.

Il pane paleolitico non è una semplice curiosità gastronomica. L’invenzione del pane, e più in generale la cottura, hanno permesso un forte miglioramento della nutrizione umana rendendo gli alimenti cucinati più digeribili, e quindi più assimilabili, di quelli crudi. Il vantaggio nutrizionale del cibo cotto rispetto a quello crudo è di almeno il 30 per cento. Ne sono derivati ​​un rapido sviluppo delle forze fisiche e mentali, l’ideazione di nuove tecnologie e una svolta nella cultura e nella qualità della vita. Con buona pace dei profeti del sushi.

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