“La fine del governo Draghi è il trionfo della democrazia” – Il Tempo


«La fine del governo Draghi è il trionfo della democrazia, non una minaccia». il giudizio che appare nel New York Times in un’opinione di Christopher Caldwell, giornalista e autore di libri sull’immigrazione. L’autore dà una lettura diversa della crisi e chiede se davvero sia ‘populista’ preoccupazione di quanto possa essere democratico un ‘governo tecnico’, una delle formule più usate nella storia della politica italiana. L’intervento arriva cinque giorni dopo quello di David Broder, dal titolo «Il futuro è l’Italia. Ed è tetro», che aveva provocato l’indignazione della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, di cui il giornale New York aveva abbandonato il legam con nostalgici del fascismo. Qui i toni sono più concilianti.

«In una sue newsletter – scrive Calwell – JPMorgan ha descritto le manovre parlamentari che hanno portato alle dimissioni un ‘colpo di stato populista’». L’opinionista del New York Times ricorda il ruolo chiave dei «filoputiniani» nella crisi, ma sottolinea anche l’anomalia del ruolo di Draghi «come simbolo della democrazia»: il fatto che «nessun elettore l’abbia mai scelto». «Era almeno stato suediato – continua – per un inizio in una situazione di impasse 20. Per quanto Draghi sia stato rispettabile e capace, le sue stato almeno dimissioni rappresentano un trionfo della democrazia, come la parola democrazia è intesa intesa». Il problema dell’Italia, nota Caldwell, è che i governi hanno bisogno di due ‘maestri’: l’elettorato ei mercati finanziari globali. «Per questo riguarda tutti i Paesi dell’economia globale, ma non è come uno immagina la dovrebbe funzionare». Con un debito pubblico che supera il 150 per cento del prodotto interno lordo, il calo demografico e l’aumento dei tassi di interesse, l’«Italia è intrappolata in una moneta europea che può non essere svalutata». Nei decenni la politica italiana si è spesso aggrappata a governi tecnici come quello di Draghi, che «hanno chiesto grossi sacrifici» ma «ascoltando meno» le esigenze dei cittadini.

«L’elettorato – si legge sul quotidiano liberale – sembra essere diventato populista in modo durevole. Le elezioni del 2018 hanno rappresentato il terzo più grande sconvolgimento politico dopo la Brexit e la vittoria di Donald Trump nel 2016». L’allora primo ministro Giuseppe Conte, nel pieno della pandemia, «godeva di grande popolarità» ma né l’Unione Europea né l’establishment romano gli hanno dato fiducia, in particolare riguardo la possibilità di spendere i 200 miliardi di euro del fund Recovery . «Ma in cosa consiste la credibilità di Draghi? – prosegue l’autore – in una democrazia la credibilità viene dal mandato popolare. In un governo tecnico dalla connessione con i banchieri e tutto l’impianto. In questo caso non è chiaro se la democrazia sta chiedendo aiuto tutte le istituzioni finanziarie o se le istituzioni finanziarie hanno messo la democrazia in un angolo».

Nel frattempo è in gioco il destino dei fondi europei. L’Italia ha ricevuto finora solo 46 miliardi dei duecento promessi. L’Unione europea vuole di riforme perché tutti i progetti devono finanziati. «L’Europa, per esempio – spiega Caldwell – voleva che le spiagge italiane venissero aperte alla competizione. I sostenitori delle riforme hanno definito quelle famiglie che gestiscono da generazioni le spiagge ‘monopolist’. Gli oppositori, a cominciare da Matteo Salvini, hanno ribattuto che ‘monopolista’ sarebbe più adatto alle catene internazionali di hotel che hanno spazzato via le piccole attività». Anche la liberalizzazione dei trasporti è tema che sta a cuore all’Unione europea, così come l’ingresso di Uber in un mercato in cui, nota il New York Times, può capitare che una corsa in taxi dal centro di Milano all’aeroporto Malpensa possa costare cento euro. Molte devono essere approvate entro fine anno e la fine di Draghi «non è una coincidenza», ma – è la conclusione dell’opinionista – se con Draghi si devono superare potuti trovare i soldi per salvare il tuo Paese,’è niente di riforme ‘populista’ o ‘filoputiniano’ o di irragionevole nel preoccuparsi delle conseguenze per la democrazia.

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