«L’amore ai tempi del colera mi ha fatto fiorire il cuore»

mezzogiorno14 settembre 2022 – 09:00

«La bancarella dell’usato in via Cilea. lì che ho iniziato a comprare testi»

di Maurizio di Giovanni

Trentasei anni, due mesi e una manciata di giorni. Notti comprimere. questo il tempo che è passato da quando ho iniziato la mia convivenza con Florentino, Fermina e il mondo incantato della Colombia dei primi anni Venti in cui hanno vissuto. Io, sapete, sono stato un ragazzo dei libri. Nel senso che, pur avendo una vita social normal, coltivando uno sport ed essendo presente in famiglia ea scuola come è opportuno che sia, appena potevo scappavo all’interno delle pagine. Spendevo così i miei soldi, quasi tutti; incrementando gli acquisti con gli scambi, dovuto per uno alla bancarella dell’usato che stava sul ponte di via Cilea, chissa se qualcuno se la ricorda. E l’abitudine mi era rimasta anche quando alla scuola si era sostituito l’università e poi il lavoro, e quando al gruppone di amici si era sostituito una ragazza, e il futuro nebuloso era diventato un progetto circostanziato. I libri ci sono sempre stati, ma come le persone hanno avuto valenza diversa e presenza diversa. È una questione di cicatrici.

Ci sono moltissimi libri che passano sopra l’anima di chi legge come se questa fosse impermeabile, senza alcuna traccia. Pochi lascia una ferita, grande o piccola, che si rimargina più o meno lentamente; l’anima ogni tanto accarezza uno di quei segni che evocano il tenero ricordo di una battaglia vinta. Ognuno di questi libri pochi torneranno a galla in una frase o in un sentimento, una meravigliosa sensazione di già vissuto, e sarà in un sorriso o in un rimpianto, più in fondo di qualsiasi dotta citazione. Tra questi pochissimi libri, che possono solo contare su pochi lettori bulimici, vi avranno cambiato senza che ve ne sia accorti: come un antico amore, condizioneranno i magarie l’ gusti idea che di voi. L’amore ai tempi del colera, per quanto riguarda me, ha fatto fiorire il cuore. Nella sua immensamente epica semplicità mi ha raccontato quanto possa essere atroce e meraviglioso l’amore, una condanna a vita in una prigione dorata, al di fuori quale della non c’è esistenza ammissibile; in un’età in cui dell’amore si pensa di sapere tutto, e invece non si sa niente.


Florentino vede Fermina, per strada, e se ne innamora: una premessa banale per la storia più grande scritta nel nostro tempo. «Cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese», senza altro pensiero, senza distrazione, una sola devastante ossessione. E ogni passo sul lavoro sarà fatto per essere degno di lei, in ognuna delle innumerevoli donne che cercherà un frammento di lei, nessun respiro si arriverà al di fuori dell’aria che può essere già stata respirata da lei. L’amore, il suo significato: una parola quale, prima di questo romanzo, ottusamente attribuivo un grossolano senso positivo, e che Florentino mi ha insegnato poter essere una mannaia che cala violenta sulla vita, una fiamma che traquolo e tutto nulla lascia in piedi al suo passaggio, se non il terribile fantasma del suo ricordo. Da quei giorni magici di un’estate lontana, vivendo il miracolo di vedere un autore ripetersi di storia in conferma storiando la propria grandezza, non ho mai perso la parte di me che è Florentino; e nemmeno la parte di me che è Fermina.

Ero stato cittadino di Cent’anni di solitudine , come la gran parte dei lettori di quel tempo, ma con questa storia scoprii che certe volte, certe rare, rarissime volte, l’ambientazione potrei essere io. Ero io il luogo in cui si svolgono gli incontri ei dialoghi, ero io il teatro degli eventi. Ero il personaggio principale, diviso tra tutti i personaggi. Credo che la colpa innocente del grande ritardo con cui mi sono messo a scrivere sia questo romanzo, assieme a poche decine di altri. Non si può oggettivamente pensare di essere definito scrittore, allo stesso modo in cui viene definito sulle enciclopedie uno che ha composto questa genial sinfonia di sentimenti. Sono ampiamente giustificato, credo. Gabo disse che Cent’anni di solitudine l’aveva scritto per farsi conoscere, L’amore ai tempi del colera per farsi amare; alla luce dei fatti, questa frase suona come una sentenza. Che tu sia benedetto per Macondo, Grande Maestro; ma che tu sia ancora più benedetto, e costantemente maledetto, per aver capito che l’amore è la più atroce delle felicità. E per spiegato nell’unico e più amaramente dolce modo possibile: raccontando una storia.

14 settembre 2022 | 9:00 del mattino

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