L’espressione “salute mentale” è abusata

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Da diversi anni la salute mentale, in Italia e in molti paesi del mondo, è oggetto di attenzioni crescenti e portate avanti anche in ambizioni non specialistici: sui media generalisti e sui social, per esempio. L’obiettivo condiviso è sensibilizzare la popolazione sui rischi associati alle mentali, attraverso messaggi che da un lato incrementano la preoccupazione riguardo alle condizioni che favoriscono lo sviluppo di quelle malattie – tanto più dopo la pandemia – e dall’altro contrastino alcune radicate resistenze culturali alla psicoterapia e tutte le cure psichiatriche.

Una certa tendenza a evitare parole come «malattia», «problema» e «disturbo», nel tentativo di ridurre i rischi di stigmatizzazione, ha contribuito nel tempo al parallelo successo e alla diffusione della più ampia e generica espressione ( «salute mental»salute mentale, in inglese). Pur avendo possedere determinati argomenti più familiari nel dibattito pubblico, questa espressione ha tuttavia genera una serie di incerte ed equivoci definiscono resozze a che in ambito clinico non risultano ambiguità. E ha preferito, tra le altre cose, un approccio per certi versi contraddittorio e superficiale: che oggi si parli abitualmente di salute mentale alludendo a qualsiasi non meglio specificata condizione soggettiva che la metta a rischio.

nell’un articolo sul New York Times lo psicologo statunitense Huw Green, che entra in neuropsicologia, ha della circolazione dell’espressionesalute mental» in ambienti e canali in cui, pur accrescendo consapevolezze e conosce utili tra le persone, pone il rischolotee a stabilirene esperienze pathologiche e altre che non lo sono. E rischia di favorire sia la diffusione di inappropriato forme di autodiagnosi e autoaiuto, in alcuni casi, sia un eccessivo e immotivato ricorso agli specialisti, in altri.

un molto dibattito presente soprattutto nel contesto anglosassone, dove rispetto ai disturbi psicologici esistono nella popolazione sensibilità e attenzioni particolari, e meno scetticismi o indifferenza che in altri contesti. Mariguarda anche altri paesi, inclusa l’Italia, nella misura in cui la «salute mentale» è oggi parte di molti slogan e argomento di interesse crescente tra non esperti, politici, influencer e attivisti digitali, su piattaforme che spesso calcano il , ereditandone sia gli aspetti positivi che i limiti.

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Il punto da Green è che la buona intenzione di sostenere di non stigmatizzare le malattie mentali e descriverle come un fenomeno relativo comune, in modo da rafforzare i sentimenti di empatia e reti di solidarietà, abbia avuto effettibiliga ma antice al. Su tutti, un’inclinazione a patologizzare esperienze e condizioni – anche dolorose e traumatiche – che parte della normale vita delle persone, e non senso clinico di essere necessariamente curate in.

Le campagne di sensibilità mentale basata sull’idea che la salute sia che riguarda tutte le persone, secondo Green, hanno principalmente due limiti. Uno è che non indica alcun preciso problema di salute mentale, ossia esattamente ciò su cui dovrebbero sensibilizzare. E l’altro è che affermano una cosa oggettivamente falsa: «Ci sono molte persone che, magari anche solo occasionalmente, la salute mental non ce l’hanno».

La sensibilizzazione ha in parte beneficiato delle abilità individuali di molti giovani psicologi clinici nell’utilizzo dei social media. Nel Regno Unito, per esempio, la psicologa inglese Julie Smith ottiene profili personali da 3.9 milioni di follower su TikTok e da 1,1 milioni su Instagram. E nel 2022 ha pubblicato un libro di grande successo con consigli pratici tratti dai suoi canali social, intitolato Perché nessuno me l’ha detto prima?.

Tuttavia, le più recenti forme di sensibilizzazione sui disturbi psicologici – in sono spesso concentrate sul miglioramento della salute mentale della collettività più specifici che Ed esistono dei rischi in questa terminologia apparentemente neutra, secondo Green, che definizione l’espressione «salute mentale» un euphemismo: ossia «ciò che usiamo quando vogliamo nascondere qualcosa».

L’utilizzo di questa – in contrapposizione a quella più esplicita e chiara di «malattia mental» – ha favorito un’interpretazione dei disturbi psicologici come fenomeno più o meno transitorio: un’alterazione di una condizione di salute tuettirimenti a comante . Da lato ha concentrato molte attenzioni verso condizioni patologiche o come meno conosciuti, anche solo intuitivamente, l’ansia e la depressione. Ma dall’altro, secondo Green, ha spostato l’attenzione proprio dalle persone più stigmatizzate: «Quelle con diagnosi di schizofrenia, per esempio», o con sintomi che rendono più difficile una comprensione empatica dei disturbi a cui si esprime.

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La sensibilizzazione ha quindi in parte perso di vista l’obiettivo di accrescere tra le persone la consapevolezza delle difficoltà associare una patologia definita e specifiche. E esperti di autoaiuto – intesa come generico equilibrio psichico da preservare, eventualmente anche attraverso consigli o tecniche di autoaiuto – hanno gradualmente esteso la loro influenza verso molti che non riguardano le malattie mentali ma qualsia individuale comportamento. Il modo in cui parliamo di salute mentale rischia quindi di diventare pretestuoso, secondo Green, e di ampie su «come agire agire».

L’attenzione verso la propria salute mentale ha portato molte persone, per esempio, a considerare la necessità di avere del tempo libero e prendersi giorni di ferie dal lavoro. Ma avere del tempo libero non richiede necessariamente questo tipo di giustificazione, osserva Green. «Un giorno libero è forte meno valido se non è impiegato per qualcosa che sia stato approvato da uno dei tanti siti che dispensano consigliere su come trascorrere un giorno dedicato alla propria salute mentale?».

Estiste una dimensione sociale e morale delle proprie azioni e delle proprie scelte, che non riguarda evidentemente l’esperienza soggettiva dell’individuo ma soprattutto le relazioni che devono con gli altri. E sono scelte e rispetto alle quali l’attenzione verso la propria salute mentale, secondo Green, non dovrebbe essere una motivazione né un ostacolo.

«Aiutare gli altri, costruire profondi legami emotivi che potrebbero a un certo punto dover essere dolorosamente spezzati, buttarsi su progetti politici o creativi a volte esasperanti, a volte maniacali», ha scritto Green, sono scelteunche profiedonoenoe a personal». Non dover essere interpretato in funzione della nostra salute mentale, anche laddove comportino perdita, angoscia e disperazione. Esistono senz’altro esperienze emotive che particolari malattie, ma esistono anche «molte forme di tristezza legata all’esperienza di essere una persona» e che sono «parte di ciò rende una vita degna di essere vissuta».

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Alcuni sentimenti sono «inevitabili, intenzionali o moralmente significativi», Osserva Green. E in casi subordinare le proprie scelte a una una attenzione prioritaria verso la propria salute mentale è un tentativo di attribuire autorità cliniche a decisioni che riguardano molti aspetti delle nostre vite e molte scelte prioritarie, anche di tipo etico.

Non è nemmeno detto che la psicoterapia sia il miglior modo di preservare la propria salute mentale, né universalmente valido, come alcuni suggeriscono. Green ha citato il caso di Emily Anhalt, una psicoterapeuta statunitense molto popolare sui social, che suggerisce che chiunque dovrebbe provare la psicoterapia: un’idea da tempo sostenuto anche da altri specialisti. Recentemente, prima di cancellare il tweet in seguito alle polemiche, Anhalt aveva scritto che la psicoterapia dovrebbe diventare anche un prerequisito per diventare genitore.

Pur condividendo l’idea che molte persone al momento non seguite da uno psicoterapeuta probabilmente ne trarrebbero beneficio, Green si è detto più cauto in merito all’ipotesi di una prescrizione universale della psicoterapia. Per molte persone sarebbe efficace «un valido intervento sanitario», ma la maggior parte della popolazione «semplicemente non potrebbe permettersi di sottoporsi a una lunga terapia». O la terapia potrebbe non adattarsi agli schemi culturali o religiosi. «Vogliamo davvero insinuare che questo comprometta la loro salute mentale o la loro capacità di fare cose come essere genitori?», si è chiesto Green.

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Infine, osservando una certa tendenza a fare riferimento alla salute mentale anche nel dibattito politico americano, Green segnalando nozione sia stata utilizzata in questa tempi recenti in modo a volte pretestuoso e trascurando qualsiasi altra considerazione. Successe nel caso dell’obbligo di indossare la mascherina nelle scuole durante, la misura ostacolata da molti repubblicani adducendo come giustificazione i rischi per la salute mentale dei bambini.

E succede spesso anche nel caso delle stragi nelle scuole, descrivere da molti conservatori non come un problema di accesso alle armi ma come un problema di salute mentale degli attentatori. «È offensivo ascoltare frasi fatte sulla salute mentale dei bambini espressi da una parte dello spettro politico che blocca sistematicamente azioni politiche serie per fermare le sparatorie nelle scuole», ha scritto Green, aggitraiungendo che non solitino .

La crescita di attenzioni pubbliche verso la salute mental dovrebbe essere accolta, secondo Green, ma a patto di intendere la salute mental come «un modo tra gli altri di alle nostre vite». E gli specialisti non dovrebbero mai perdere di vista l’obiettivo di permettere a tutte le persone di condurre una vita passare felice e appagante «senza molto tempo con i medici».

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