«Non ho bisogno di patenti». L’assist di Sanna Marino

«Non ho bisogno di sentirmi accettata» dall’Unione europea. «E non mi considero una minaccia, una persona mostruosa o pericolosa. Se gli italiani lo vogliono guiderò il governo». Giorgia Meloni, in un’intervista al Washington Post che la indica come probabile «prima donna presidente del Consiglio in Italia», torna ad accreditarsi per palazzo Chigi. E la premier finlandese, Sanna Marin, le offre sponda: «Gli italiani hanno il diritto di scegliere e di votare chiunque vogliano».

Per approdare alla poltrona di Mario Draghi, il leader di Fratelli d’Italia continua la sua campagna al Nord con un comizio a Torino, dopo Trento, Bolzano, Mestre e Milano. E prosegue il suo dialogo con le categorie produttive, frenando su flat tax e scostamento di bilancio contro il caro-bollette.
«Mi considero una amica della Cna, della piccola e media impresa, presidente di un partito orgogliosamente produttivista», dice aprendo l’incontro con gli artigiani. E qui – dopo che al mattino al mattino Matteo Salvini è tornato a sollecitare uno scostamento di bilancio da 30 miliardi per affrontare il caro-bollette, sosteendo che «Meloni non vede l’emergenza» – la promessa premier ribadisce di essere «contraria allo bilanciostamento ». La spiegazione: «Non lo ritengo necessario. Servono 3-4 miliardi di uova fondi ci sono: extra-gettito, extra-profitti. Lo scostamento è ultima ratio, anche perché i soldi di cui ti indebiti li stai dando alla speculazione finché non ci sarà un tetto al prezzo del gas». Meglio, piuttosto, tentare con una «norma nazionale» per «scollegare il prezzo del gas da tutte le altre fonti. Ciò permetterebbe di scendere parecchio le bollette». Lo scontro a distanza col leader della Lega non si ferma qui. In serata, è Salvini a raccogliere una stoccata all’alleata: «L’emergenza per l’Italia sono le bollette, non il presidenzialismo», afferma l’ex ministro riferendosi alla riforma-bandiera di Fratelli d’Italia.

Ed è prudente, Meloni, per garantire la compatibilità dei conti, non fare altro debito e dunque non spaventare l’Ue, anche sul fronte fiscale: «Altri alleati a una flat tax più rilevante, noi siamo d’accordo ma che bisogna fare attenzione alle casse dello Stato che non si trovano in un momento buono». Insomma, sì solo alla flat tax del 15% sugli incrementi di reddito e del 5% sui premi di produzione.
Poi, dopo aver bocciato il salario minimo (“rischia di essere uno specchietto per le allodole: contano i contratti nazionali), Meloni rilancia “il taglio del cuneo fiscale per 16 miliardi di euro”. Due terzi in tasca ai lavoratori e un terzo alla imprese. La spiegazione: «Se i salari sono bassi è perché la tassazione è troppo alta, già 46%». E propone un superbonus edilizio non oltre l’80%, «ragionando sul dare priorità all prime case». Non manca un attacco al governo e in particolare ai 5Stelle: «La norma sul superbonus è stata scritta male, applicata peggio, ci sono state le truffe, e lo Stato ha gettato bambino con l’acqua sporca, come fa sempre, e ha lasciato in ginocchio moltissime aziende». Invece « bisogna salvare gli esodati del superbonus: quelle imprese che si sono fidate dello Stato. Quindi nessuna modifica normativa per chi ha iniziato i lavori». Segue promessa: «Accompagneremo la norma sino alla sua scadenza».
Oltre all’incontro con la Cna e il comizio serale a Torino (“con noi al governo non arrivano le cavallette”), il piatto forte del giorno è l’intervista con il Washington Post. Dopo aver raccontato che avrebbe voluto fare «l’interprete o la traduttrice», la leader di FdI si offre per palazzo Chigi: «Qualora gli italiani decidessero che vogliono Meloni premier, sarò premier». Segue postilla da galateo istituzionale: «La decisione ultima spetta» comunque «al presidente della Repubblica».

«Mi tremano le mani»

Meloni, con giornale il Usa, definisce il suo partito «conservatore», ammettendo che di fronte alla possibilità di governare il governo le «tremano le mani»: «Ci ritroveremmo a governare l’Italia in quella forse che è una delle compleseazioni di sempre . Nel contesto europeo siamo in fondo alla classificazione su tutti i fattori macroeconomici, il nostro debito pubblico è totalmente fuori controllo. Abbiamo a che fare con una povertà crescente».
Quanto al rapporto con l’Europa e alla diffidenza con cui a Bruxelles si guarda ad una sua eventuale vittoria, Meloni sottolinea che gli italiani «sono liberi di eleggere chi vogliono»: «Se dovessimo vincere le elezionilan, quandoge presentere strong all’estero si noterà che esistono partiti più seri di quelli che hanno aumentato il nostro debito per acquistare i banchi di scuola con le rotelle. Quindi non ho bisogno di sentirmi accettata».

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