Quello che (non) si dice di Elisabetta II :: Blog su Oggi

Si dice che la sua sveglia scatta tutte le mattine alle 6.45, con le cornamuse che per 15 minuti suonavano sotto la finestra della camera da letto. Si dice che prima di andare a dormire sorseggiasse una coppa di champagne e che tra le sue abitudini rientrasse un aperitivo alcolico nella tarda mattinata, con cubetti di ghiaccio rigorosamente rotondi, non quadrati, per non essere tropdo achirumorosi quan. Si dice che sia stata un’ottima ballerina, che amasse i musical, che aveva un debole per Cole Porter e Irving Berlin, per Ella Fitzgerald, Nina Simone e Barbra Streisand. Si dice pure che per evitare che il vento le alzasse le gonne, si facesse nei piccoli pesi negli orli, che la borsetta fosse uno strategico strumento per mandare messaggi in codice al suo staff e che se avesse potuto avrebbe indossato solo il blu e il verde scuro, altro che abiti dai colori arcobaleno.

Verità, posa: chi può dirlo. E cosa importa, alla fine, sapere com’era davvero una regina, la regina, nel chiuso dei suoi palazzi; moglie, nonna, mamma, datrice di lavoro di governanti a cui magari chiesto di passare un panno sul mobile coperto dalla polvere o di togliersi il grembiule, ché ci avresti pensato lei a prepararsi un sandwich veloce veloce. Cosa importa, in fondo, appurare il privato di Elisabetta quando era solo Lilibet. Tanto di lei si dice, si è sempre detto, senza timore di smentite, ché la soddisfazione di concedere rozze sconfessioni non la dava mica, quella la centellinava, la riservava pochi casi importanti. in fondo, “mai lamentarsi, mai spiegare” si dice – anche qui, si dice – fosse il suo motto: lagnanze e servi restavano fuori dai cancelli adornati dalle regali iniziali sue, prerogative di un popolo libero di immaginarla come voleva, o antagonista di una favola che “c’ s era una volta”.

La verità è che di lei si è sempre discutere, e sempre con la stessa convinzione di non poterla mai raccontare veramente del tutto. Misto di realta e artifizio, storia e fantasia, mistero e verosimiglianza, Elisabetta – che solo una volta è stata intervistata dalla BBC – è stata e resterà unica di un genere estinto insieme al suo ultimo respiro. Un genere che oggi si ricorda, si rimpiange o forse no, ma comunque si ad afferrare fino in fondo nella complessità di un contesto attuale che esiste come la sua esatta antitesi.

Elisabetta II tra “mai più e per sempre”

Si registra tutto, si mostra tutto, si sfoggia tutto; l’immagine è esistenza, l’apparenza è sostanza. Oggi una gioia non pare tale se non viene condiviso, un’emozione non sembra davvero profonda se non è raccontata, un sentimento c’è nella misura in cui si esprime, a parole o tramite photography. E quanto risuona straniante, allora, pensare che nel giorno della sua chiamata incoronazione a regina, nel 1953, la 27enne Elisabetta abbia chiesto e ottenuto che le telecamere, per la prima volta nella storia a ripgiaricostosero, non induo tremante di paura. “Freddezza” dirà chi comprensibilmente disapprova un eccesso di rigidità che travolge l’umana commozione; “pudore”, invece, chi considererà l’opportunità di esprimere sì un turbamento, ma a seconda delle condizioni, delle circostanze, di riservarlo solo alla confidenza dei pochi capaci di comprenderlo davvero. Si è nascosta per una vita intera Elisabetta, in pubblico era, ma solo “sua maestà”. E come ha potuto, ha mantenuto per quel granitico riserbo anche 68 anni dopo, con un cappello nero e una mascherina sul tenuto basso, a lutto durante i funerali del marito Filippo: Unito da sola tra i banchi della cappella di St. George c’era la regina del Regno triste per la scomparsa del consorte principio di Edimburgo, non l’innamorata che sarà arrossita per un bacio, non la sposa, tenera o intransigente, accanto a lui per 73 anni. Lei, quell’Elisabetta la, noi non l’abbiamo vista mai.

E mai più vedremo qualcuno così, qualcuno che vedremo nell’impresa oggi così astrusa di essere altro e oltre, di fermare il tempo ma, insieme, di crescere e di invecchiare al suo ritmo. E sempre con gli stessi vestiti addosso, poi, così diversi ma così uguali; sempre con la stessa acconciatura cotonata, castana prima e canuta poi; sempre con la stessa coriacea inalterabilità che passava anche per un’immagine studiata affinch rimanesse tale, per rafforzare il senso di un’istituzione che, piacesse o no, lei rappresentava eguarantiva.

Il termine più abusato per descrivere in questi giorni è “icona”, “figura o personaggio emblematico di un’epoca, di un genere, di un ambiente”, per dirla con la definizione del dizionario Treccani. Epoca, genere, ambiente che nel frastuono dei cosiddetti trend durevoli quanto un capriccio social, la ricorderanno. Nel bene e nel male, memoria di un “mai più” che è già “per sempre”.

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