Ruth Ozeky e il nuovo libro “Storia della mia faccia”

Ruth Ozeky (1956), di madre giapponese e padre americano, è regista e scrittrice.  Fra i suoi romanzi “Il libro della forma e del vuoto”.  L’ultimo suo libro è “Storia della mia faccia”  (Foto Getty)

Ruth Ozeky (1956), di madre giapponese e padre americano, è regista e scrittrice. Fra i suoi romanzi “Il libro della forma e del vuoto”. L’ultimo suo libro è “Storia della mia faccia” (Photo Getty)

L’esperimento è stato un calvario, «ma esserlo. A volte sono necessari dimostrare per farci vedere il mondo con occhi nuovi», dice Ruth Ozekiautore di storia della mia faccia (edizioni e/o).

La regista, che vive da New York e Vancouver fino al 2010 è bel buddista (“non monaca, perché sono sposata e vivo nel mondo laico”), ha scritto un memoir-racconto su tre ore passate a guardarsi allo specchio. Ne è nata un’attenta esplorazione sociologica, politica, poetica, filosofie, spirituale e sentimentale. Che è stata l’occasione per raccontare alcuni aspetti della sua vita e delle sue difficoltà di ragazza, figlia di madre giapponese e padre americano, negli Anni 50-60.

«Una decade prima che nascessi, le mie due metà erano state in guerra tra loro. Persino in tenera età ne ero consapevole. Spesso quelle due parti dentro di me sembravano in conflitto. Scrivere degli effetti che il mio viso ha avuto sul modo in cui sono stata percepita e di come abbia complicato il mio venire a patti con l’identità amorosa e sessuale mi ha conciliato con me stessa. Il mio volto, cheva incarna quell’inimicizia, era anche la prova del suo opposto: l’amore dei miei genitori che mi ha creato», sottolinea Ozeki. L’autrice anche del commovente Il libro della forma e del vuoto ci invita a fare la sua stessa esperienza, per scopire qualcosa di inedito su di noi. Un esercizio zen.

“Nasciamo con una e moriremo con un’altra faccia”

Perché ha voluto guardarsi allo speccchio per tre ore? Quando tempo fa sono stata invitata a scrivere un saggio sul volto, ho pensato di partecipare con un contributo autobiografico. Rispondendo a domande del tipo: “Quali story racconta il mio viso? Come cambia negli anni e come mi connette con il passato e il futuro?”. Nasciamo con una faccia e moriremo con un’altra faccia e, nel mezzo, il viso viaggia nel tempo, evolvendosi e adeguandosi all scelte di vita. Ma poi mi sono detta: “Non posso scrivere della mia faccia! Non mi piace nemmeno! Non è interessante. Non amo guardarla. E, se ne scrivo, la gente penserà che sono vanitosa!”. Alla fine mi sono convinta e, quando è uscito il libro, ho saputo che molti poi avevano fatto l’esperimento.

Con quali benefici? È un’esperienza a tempo indeterminato, con l’obiettivo di vedere che cosa nasce nella mente e nel cuore. Pensieri, ricordi piacevoli, tristi, felici, simpatie, antipatie. Ora, quando mi guardo allo specchio, così di più sul mio rapporto con il viso. Lo vedo in un contesto più ampio, che include i miei genitori, i miei nonni e tutto il mio io più giovane. Ricordo come ho lottato con il mio aspetto. E provo empatia.

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“Storia della mia faccia” di Ruth Ozeky è un memoir-racconto sulle tre ore passate a guardarsi allo specchio. Un’occasione per leggere sul proprio viso esperienze, ricordi e informazioni, a cui si può accedere solo attraverso un’osservazione lenta e paziente (edizione e/o, pg 144, euro 15)

Tre ore sono zia… Bisogna sentirsi a disagio e annoiarsi. Strong due ore o un’ora sono sufficienti. Forte imparerai qualcosa su te stesso. Forse il tuo viso ti rivelera qualcosa di nuovo. Strong deciderai, invece, di smettere e controllare i social. più veloce fare un selfie e pubblicarlo, ma è un altro tipo di esperienza. Mentre mi guardavo ho iniziato a vedere la faccia che avevo quando ero piccola, metà giapponese e metà bianca, poi quella dell’adolescente che nascondeva la sua depressione dietro una cortina di capelli neri. Ho visto i tratti amati e odiati per tutta la vita: il naso irregolare del nonno, il sorriso del deposito della mamma, gli occhi tristi e larghi di mio padre… È stata una sensazione molto intima.

Dopo ci si accetta di più? Non ho imparato a riconoscere la bellezza del viso, ma ho intravisto la mia umanità: i miei legami con i genitori, gli giapponesi e quelli anglo-europei, l’orgoglio, la vanità, le insicurezze ei punti di forza. E sono stata in grado di provare anche gratitudine.

“Siamo i nostri critici più severi”

E io difetti? Più che quelli, ho notato dettagli, come il sorriso deposito, una cicatrice fronte, le borse sotto gli occhi. Queste ultime non le amo, le associo a mio padre, che era un bell’uomo, ma non voglio assomigliargli. Il sorriso deposito viene da mia madre e mi piace così.

Perché guardarsi allo speccchio è doloroso? Gli specchi possono essere spaventosi per tanti motivi. Siamo i nostri critici più severi, vediamo imperfezioni terribili, spesso invisibili agli altri. Inoltre in un mondo in cui le persone vengono giudicate in base all’aspetto. I nostri standard di bellezza sono tirannici e tutti, donne e uomini, sono vulnerabilità. Siamo circondati da immagini di corpi idealizzati e photoshoppati e, quindi, l’insoddisfazione per come siamo un risultato inevitabile.

E lo è ancora di più durante l’adolescenza e la vecchiaia. L’adolescenza è un periodo così difficile… Lo è stato per me. Il volto e il corpo cambiano così tanto. Un giorno siamo bambini e poi durante la notte iniziamo a trasformarci, diventando più alti, le guance si ingrandiscono e così anche il naso. E poi… brufoli! Acne! Terribile. Ho scoperto che il passaggio dalla mezza età alla vecchiaia è come la puberta al contrario. Di nuovo da un giorno all’altro, il viso inizia a cambiare. A volte mi capita di specchiarmi nella vetrina di un negozio e di non riconoscermi.

Perché zia donne si sottopongono a trattamenti di ringiovanimento, magari rovinandosi? L’ossessione per l’aspetto fisico come misura del valore femminile ha fatto sì che diventasse una risorsa e una merce. Quindi ha perfettamente senso, dal punto di vista capitalista, che una donna faccia tutto il possibile per aumentare il proprio valore. E gli investimenti sono spesso rischiosi. Il processo di invecchiamento dovrebbe essere una parte normale della vita, ed è invece diventato un problema, qualcosa di segreto e di cui vergognarsi. Ma anche scegliere di “correggere” quel difetto con mezzi chirurghi non è una soluzione. La nostra cultura vede ancora la medicina come un imbroglio: il tentativo di ingannare il tempo, di ingannare seestetica stessi, di ingannare gli altri. Quindi, una donna non può vincere mai. Questo stigma sarà sempre con lei.

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