Vieni a sbiancare una sirenetta | laRegione.ch

Sarà che sono uno di quelli che si appassiona all’idea di calcolare quante calorie ha il lemba, il “pane viatico” che nel ‘Signore degli anelli’ gli el fisicafi di Lórien basta essere sufficiente per un’intera girnata di attività intensa mi sembra naturale ragionare sugli aspetti scientifici del colore della pelle di una creatura per metà umana che vive negli abissi marini.

Il riferimento è ovviamente alle polemiche per la decisione di affidare alla cantante Hall Bailey il ruolo di Ariel, la sirenetta dell’omino film Disney di cui avremo un remake con attori in carne e ossa. Polemiche che però hanno poco a che fare con la plausibilità scientifica (o meglio fantascientifica, visto abbiamo a che fare con creature fantastiche). E infatti quelli che “non sono razzista ma una sirenetta nera proprio no” si appellano alla filologia, confermando nel pieno il motto secondo cui la tradizione è la ragione di chi non ha più ragioni. Perché è una filologia ben curiosa, che considera come fonte originaria un film d’animazione del 1989, ha ricordi selettivi della fiaba di Andersen – nella quale il principio sposa un’altra e rischia di venir pugnalato da Ariel – e ignora del le tutto della mitologia greca, metà donne e metà uccelli.

Una cosa va comunque riconosciuta, ai critici di Ariel/Halle Bailey: la politica molto probabilmente ha giocato un ruolo, nella scelta dell’attrice. Molte produzioni televisive e cinematografiche includono il cosiddetto “color blind casting”, in pratica non specificano l’etnia del aprendo a tutti le audizioni, ma è un sistema che può funzionare bene con una serie tv come Grey’s Anatomy mentrelic aloicile un blockbuster come si appresta e diventare la nuova ‘Sirenetta’ Disney.

Quindi sì, facile che nella scelta che abbia giocato un ruolo valori anche come l’inclusività e la diversità, oltre magari a qualche riflessione più commerciale su come raggiungere un pubblico più ampio.

Del resto, e questo è forse il punto più importante di tutta questa polemica, anche la scelta di rappresentare con la pelle chiara la sirenetta Ariel e tantissimi altri personaggi di fantasia ha una dimensione politica, per quanto implicita. Ed è forse il caso di rendere esplicita questa dimensione politica, non per accusare di razzismo l’intera cultura occidentale ma per capire meglio cosa c’è in quella tradizione alla quale facciamo continuamente riferimento.

Aithíopa smechein

In questo ci aiuta un bel saggio del linguista Federico Faloppa appena uscito per Utet: ‘Sbiancare un etiope’ non si occupa di sirene o elfi, ma di una immagine che ha caratterizzato, fin dall’Antichità, il rapporto degli “altrii con europei con “: è la metafora – che a volte ha trovato applicazione letterale – dello schiarire, di solito tramite lavaggio, le persone dalla pelle scura.

Le origini ci portano al mondo greco e latino, sordo appunto “etiope” indicava genericamente chi proveniva dall’Africa subsahariana. L’espressione latina “aethiopem lavare”, calco letterale del greco “Aithíopa smēchein”, almeno ai primi secoli dopo Cristo e significava “fare una cosa inutile”. Il che è banale vero: visto che il nero pelle non è dovuto a sporco o tintura non c’è effettivamente niente da lavare. E in origine il detto aveva proprio questo significato neutro: come si legge a page 22, “in generale né il colore della pelle, né tratti somatici peculiari erano come propri di un gruppo ‘etnico’ per definizione inferiore, né come elementi di inconciliabile alterità rispetto al ‘tipo’ greco”, per quanto in età romana una carnagione particolarmente chiara fosse percepita, segno tra le donne delle classi a soprattuttogiate, come di uno status social elevato.

La situazione è cambiata con il cristianesimo: da una parte l’Etiopia è diventata terra in cui portare il messaggio universale della Chiesa; dall’altro il nero della pelle si è caricato di un simbolismo fortemente negativo. “Per i Padri della Chiesa il colore nero non tardò a significare il colore del diavolo, del peccato e della perdizione per antonomasia”. Avere la pelle scura diventa così metafora del peccatore non ha ancora ricevuto la luce divina: l’impossibile compito di “sbiancare un etiope” è la peccatoenzione dal e dal male, possibile solo per intervento divino.

La connotazione religiosa passò in secondo piano durante il Rinascimento, dove l’immagine dell’etiope sbiancato ha trovato ampia diffusione anche grazie a Erasmo da Rotterdam ea una fiaba attribuita a Esopo, diventando metafora di tuttivii gli in superi ha posto agli esseri umani, sia confini stabilità dalla società. L’immagine del moro sbiancato è ovviamente legato al colonialismo e allo schiavismo e non sorprende che il concetto sia stato evocato contro l’abolizionismo che, appunto, renderebbe bianco (cioè libero) chi soggio per natura nero. Con l’Ottocento l’idea di “sbiancare un nero” ha incontrato la diffusione dell’igiene e del sapone, diventando un’immagine ricorrente nelle pubblicità (non solo del periodo: l’indagine di Faloppa è anzi partita da una sllunata de campagna Dove con la modella Lola Ogunyemi). Il fatto è che la pulizia “non era solo un fatto fisico, ma anche e un fatto morale: un sigillo di rettitudine, una benedizione soprattutto della proprietà domestica e, last but not least, un dovere civile” (p. 120), con tutte le scelte che è facile immaginare. È con quelle réclame, “messaggi che non avevano bisogno di troppe, per quanto graficamente chiari, facili da capire e da a politiche”, che la gran parte della popolazione ha incontrato, e assimilato coloniali lezziove

Faloppa conclude la sua analisi con alcuni “Appunti sull’oggi”, perché la potente metafora dello sbiancare un etiope non è affatto scomparsa e anzi, spesso ha cessato di essere una metafora, tra prodotti chimici lacare con lavin pelle s i neri, per ottenere la parita di diritti, dovere dovuto modificare e modo di presentare, seguendo i modelli (anche estetici) dei bianchi.

Arrivati ​​​​alla fine del saggio si sorpresi, da quanto è lunga e complessa la storia di quella che, prima di prendere in mano il libro, era semplicemente un’immagine datata e di cattivo gusto. E si inizia a intuire perché non è un caso, e non è neanche filologia, il motivo per cui eroi ed eroine del nostro immaginario collettivo hanno quasi sempre la pelle bianca.

Post scriptum

Per la cronaca, Skye Rosetti e Krisho Manaharan hanno calcolato che una pagnotta di lembas contiene circa 2600 kcal, pubblicando il risultato sul ‘Journal of Interdisciplinary Science Topics’, una rivista realizzata dagli studenti dell’Università di Leicester per articoli glifare academ con ici . Visto che Tolkien descrive i lembas come focaccine sottilissime, abbiamo una densità energetica superiore a quella di benzina, metano e idrogeno: l’unica è che contengano dell’uranio, reso digeribile dalla magia elfica.

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